Vinum, oleum et suber.

April 27, 2018

“L'olio e la verità tornano alla sommità.”
(proverbio toscano)

 

Ho sempre adorato gli odori ed i sapori della mia terra. Un po’ come tutti voi credo.

Quando ero piccolo ero sovente andare a trovare mia nonna, una signora simpatica e spigliata con un lungo crine innevato e raccolto lungo lo schiena.

Le sue mani raccontavano mille storie, solcate dal tempo e dalla fatica dei campi.

Solitamente il fine settimana, finita la scuola, babbo, mamma ed io andavamo a trovarla per il consueto fine settimana in famiglia.

A tavola spesso e volentieri si univano anche i pochi vicini delle case accanto.

 

Ricordo ancora il buon Luciano, al quale chiedevo sempre di farmi salire sul trattore; ricordo anche Ada, del quale chiedevo sempre a nonna:

“Nonna, ma Ada quanti anni ha?”

“Eh, Marchino mio, Ada ha tanti, tanti anni.”

“Ma allora perché ha ancora i capelli castani mentre tu no?”, chiedevo dubitante.

“Beh, ognuno di noi ha un angelo custode col quale fa un patto. Ada ad esempio ha chiesto di poter avere ancora dei bellissimi capelli per tanti anni; io invece ho chiesto di più.”, rispose volgendomi un tenero sorriso.

“E tu che cosa hai chiesto all’angelo, nonna?”

“Ho chiesto di avere una meravigliosa famiglia ed un nipote bellissimo.”

Ah, nonna. Per anni ho creduto che fosse immortale, che non se ne sarebbe mai andata.

 

Tutti i fine settimana la trovavo nel bel mezzo dell’uliveto, a volte sulla scala, a volte intenta a raccogliere la nera distesa di olive attorno ai tronchi secolari.

Ricordo che una volta mi raccontò una storia, la storia del suo paese, così vicino ma per me così esotico e misterioso.

“Vedi Marco, queste che vedi non sono semplici olive.

Ognuna di loro è un piccolo pezzo di storia, un mattoncino che racconta mille anni di domande e di risposte, proprio come quelle che spesso mi fai.

 

Tanto tempo fa, un giovane monaco bolognese in pellegrinaggio a Roma, passando da queste parti, rimane impressionato dalle grandi fortificazioni e dall’abbondanza di vino ed olio, proprio le cose che trovi sempre in tavola quando venite a trovarmi.

Questo piccolo borgo risale addirittura a prima dell’anno Mille, quando ancora era definito castrum e nel quale sorgeva già la Chiesa di San Giusto.

 

Più tardi, circa duecento anni dopo, la potente famiglia degli Aldobrandeschi, famosi per essere stati possidenti di buona parte di quella che oggi noi chiamiamo Toscana, vollero portare anche questa città sotto il loro controllo; proprio per questo eressero la Rocca che sovrasta il paese e che lancia l’occhio su tutta la valle fino a Campiglia, San Vincenzo e Piombino.

 

Come detto, le grandi quantità di vino ed olio permisero, assieme alla agricoltura ed all’allevamento, di godere di una vita più che decente.

A partire dal Millequattrocento poi, il paese ormai arricchito del Palazzo Comunale e del Chiostro di San Francesco, venne conteso tra gli stessi Aldobrandeschi, la Repubblica di Pisa e la Signoria di Piombino.

 

Nel corso dei secoli, col susseguirsi delle proprietà, anche la città poté beneficiare di un patrimonio artistico in continua evoluzione: la Chiesa della Madonna sopra la Porta, la Chiesa di San Leonardo e la Chiesa di San Rocco furono solo alcune delle costruzioni religiose cittadine.

La splendida Fonte degli Angeli, opera di Andrea Guardi, è considerata tutt’oggi un vero capolavoro di architettura rinascimentale.

Anche negli ultimi duecento anni non ci siamo fatti mancare niente.

Da Elisa Bonaparte, sorella di Napoleone e sposa del principe Baciocchi, al passaggio sotto i Lorena e quindi alla Toscana, al passaggio dalla provincia di Pisa a quella di Livorno ed infine alla completa ristrutturazione del paese negli anni Cinquanta.

 

Oggi purtroppo dello splendore di una volta rimangono i tanti mattoni traballanti delle antiche chiese e delle case dei contadini.”

Sarei potuto rimanere ad ascoltare una vita.

 

“Nonna, ma il nome del paese chi lo ha inventato?”

Nonna, ridendo, allungò la mano sul tavolo e prese il tappo del fiasco.

“Sai che cosa è questo?”

“E’ un tappo, no?”

“Sii più preciso. Di che cosa è fatto questo tappo?”

“Sughero!”, esclamai con gli occhi illuminati.

“Bravo! E dovresti anche sapere che sughero in latino era chiamato suber.

Da qui il nome di questo paese: appunto, Suvereto!”.

 

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